17 Luglio 2026

“Occorre riorganizzare una strategia di sicurezza energetica, serve investire in una nuova geoeconomia globale dell’energia tramite la diversificazione delle fonti e delle rotte di approvvigionamento. E la diversificazione dev’essere per fonti produttive e geografica”: intervistato da “Il Sole 24 Ore”, il CEO di Eni Claudio Descalzi ha invitato a riflettere sulla necessità di ripensare gli equilibri energetici globali alla luce delle tensioni geopolitiche e della crescente vulnerabilità delle catene di approvvigionamento. Per il manager la sicurezza energetica deve rappresentare una priorità strategica per Governi e imprese e richiede un nuovo paradigma fondato sulla diversificazione di fonti, tecnologie, rotte di approvvigionamento e aree geografiche: una vision che Eni ha già tradotto in strategy industriale. Gli investimenti nel litio in Cile, la nuova major asiatica del gas con Petronas, i progetti di GNL in Argentina, la joint venture nel trading con Mercuria, lo sviluppo di società satellite aperte a capitali esterni rispondono alla stessa logica: ampliare la presenza geografica del Gruppo, diversificare partnership e asset energetici e accompagnare il percorso verso il Net Zero senza compromettere la sicurezza degli approvvigionamenti e l’accesso all’energia, in un contesto caratterizzato da una forte crescita demografica abbinata a un aumento generale dei consumi.
È proprio dall’analisi dello scenario attuale e dalla consapevolezza della complessità e delle profonde e complesse interdipendenze del sistema energetico globale che prende avvio la riflessione di Claudio Descalzi. L’invito del CEO di Eni è di abbandonare approcci ideologici per adottare una lettura più pragmatica, fondata sui dati: “La certezza, basta guardare i numeri, è che gli idrocarburi continueranno ad avere un ruolo preponderante. Nonostante già nel 2019 la IEA prevedesse una sostituzione rapida delle fonti fossili in ragione degli obiettivi Net Zero, ancora oggi l’80% della domanda mondiale di energia è basata su di esse. Non solo. L’inquinante carbone conta ancora per il 27%”. Sul fronte delle rinnovabili, Descalzi ne riconosce il ruolo centrale nella transizione energetica ma sottolinea come, allo stato attuale, “per la loro intermittenza, efficienza e per le destinazioni d’uso non possono coprire i settori non elettrificabili, come le industrie energivore o il trasporto aereo, non possono attualmente sostituire le fonti fossili e il nucleare nel garantire la sicurezza energetica dei Paesi”. La transizione deve quindi essere accompagnata da investimenti “in tutte le fonti di energia e iniziative industriali di decarbonizzazione, per esempio la cattura e stoccaggio della CO2 o i biocarburanti, e nelle tecnologie avanzate, comprese quelle che mettano Intelligenza Artificiale e data center, grandi assorbitori di energia, nelle condizioni di ridurne i consumi con il calcolo quantistico o i nuovi microchip”.
Per Descalzi la sicurezza energetica rappresenta oggi il presupposto dello sviluppo economico: “Dall’energia dipendono vita, salute, trasporti, progresso economico e tecnologico, inflazione. Nel corso delle due grandi crisi energetiche degli ultimi quattro anni abbiamo potuto constatare come soltanto i Paesi che dispongono di energia in quantità adeguate, come gli Stati Uniti, o quelli dotati di un piano strategico di sicurezza energetica solido e avviato da decenni, come la Cina, hanno potuto resistere agli impatti più acuti. In più la crescita impetuosa dell’Intelligenza Artificiale e dei data center richiederà sempre più energia non intermittente. Ugualmente, continenti come l’Africa e l’Asia sono avviati sulla strada della crescita economica, che a sua volta richiede energia. Per l’Europa l’errore più grande, molto pericoloso, sarebbe quello di sottovalutare nuovamente la situazione. Occorre essere realisti e prendere atto che il mondo è cambiato, con la necessità di rivedere la politica energetica”. Punto centrale di questa nuova fase, secondo Descalzi, è la crescente vulnerabilità dei corridoi energetici globali: “Esiste un prima e un dopo Hormuz. Si è creato un precedente che mostra come un punto di strozzatura nella logistica mondiale può essere usato come strumento con forte impatto sull’economia globale”. Da qui nasce la necessità di ripensare la geografia degli approvvigionamenti, riducendo la dipendenza dai tradizionali hub energetici e rafforzando nuove aree di produzione.
È in questo quadro che si inserisce la lungimirante strategia internazionale di Eni, già presente in diverse aree oggi ritenute sempre più strategiche per ampliare e diversificare gli approvvigionamenti energetici. Tra queste Nord Africa, Africa subsahariana, Sud America e Sud-Est asiatico: “Rimaniamo i primi produttori in Algeria, Libia, Egitto e manteniamo posizioni importanti nella fascia subsahariana in Angola, Mozambico, Costa d’Avorio, Ghana, Congo, Namibia. Ma da diversi anni abbiamo anche messo la testa fuori dall’Africa. La scelta è stata di andare controtendenza aumentando nel corso degli anni la spinta sull’esplorazione e la ricerca di giacimenti”. Nell’intervista, il CEO menziona i progetti strategici in Indonesia e Malesia, Paesi in cui è stata creata la società Searah, che raggiungerà circa 800mila barili equivalenti di petrolio al giorno al 2030, ma anche i collegamenti tra i campi a gas di Cipro e gli asset egiziani: “Esempi di strategia virtuosa dal punto di vista geoenergetico. Abbiamo sviluppato, inoltre, una capacità distintiva nella produzione di Gnl da impianti situati in mare, tecnologia alla base anche del progetto Argentina, oltre che dei progetti in Congo e Mozambico già in produzione”.
“Abbiamo una strategia che coniuga la produzione e progressiva decarbonizzazione dell’energia tradizionale, di cui non possiamo fare a meno, con la crescita della produzione da fonti legate alla transizione, che creano sempre più valore. Coniugare sicurezza energetica e una transizione sostenibile è possibile”, aggiunge infine il CEO. Più che una riflessione teorica, quella delineata da Claudio Descalzi sulle pagine de Il Sole 24 Ore descrive un approccio che Eni sta già traducendo in scelte industriali, rafforzando la presenza del Gruppo in aree chiave per la sicurezza energetica e la diversificazione delle fonti e degli approvvigionamenti.